Si è quel che si è o si è quel che si fa? Il Blog nasce per iniziativa di alcuni Avvocati che hanno voglia, tra l'altro, di parlare della vita e i suoi piaceri ... si fa per dire!!
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Questo blog è un diario tenuto da più persone che viene aggiornato senza alcuna periodicità, pertanto non rappresenta una testata giornalistica nè altro prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001. Le immagini utilizzate sono di proprietà dei rispettivi autori e recuperate liberamente sul web. In caso di utilizzo improprio delle stesse, sarà sufficiente che l'avente diritto ci contatti e provvederemo a rimuoverle immediatamente. Inoltre va specificato che nomi, luoghi e fatti di storie ivi narrate sono frutto di pura fantasia dell'autore del post e ogni riferimento a persone e fatti reali è puramente casuale. I commenti e le affermazioni relative invece ai fatti di cronaca o di costume, nonchè agli avvenimenti politici che vengono espressi anche con linguaggio colorito e derisorio, sono ovviamente da considerarsi solo scritti satirici a libera fruizione da parte dei visitatori di questo blog e non hanno nessuna finalità politica, propagandistica, nè denigratoria. Il tutto, naturalmente, per chi non è abbastanza sveglio da capirlo da solo ...
Il titolo può sembrare la classica metafora della TV che, negli ultimi anni ha preso un posto predominante nelle famiglie. Si mangia davanti alla TV, ci si addormenta con lei .... e ci si fa anche l'amore (nessun riferimento al porno ...).
In verità si intendeva focolare nel senso proprio del termine .... come portatore di calore ...
Ogni estate, si sa, fa caldo .... è naturale ... se fosse diversamente ci sarebbe da preoccuparsi.
Anche dieci anni fa, in estate, faceva caldo ... così venti anni fa .... e così via ...
Da qualche anno però il caldo è più caldo .... è un super caldo ... la temperatura percepita arriva e supera pure i 50 gradi all'ombra (figuriamoci al sole).
Tutti di corsa a munirsi di condizionatori in grado di abbassare la rovente temperatura e renderci più vivibile la tortura in questa Valle infuocata ....
Non sarà che a forza di sentire ogni giorno titoli di telegiornale urlati con tale tenore "caldo record","afa assassina", "la Pianura Padana brucia dal caldo", "il week end più caldo degli ultimi sessant'anni" ..... forse sentiamo un po più caldo?
Non avete una sensazione di soffocamento di fronte alle immagini di città deserte e asfalto rovente? Di lamiere che si fondono? Di turisti sudati che lottano per l'ultima bottiglia d'acqua?
Riflettiamo .... se oggi si registra il week end più caldo degli ultimi sessant'anni ..... non significa che sessant'anni fa faceva lo stasso caldo di oggi?
Conosco personalmente vecchietti, più o meno acciaccati, che si rifiutano di uscire di casa, anche oltre le nove di sera, perchè "...la televisione ha detto che è pericoloso uscire..".
Mi raccontano di anziani che di fronte al pressante, ripetuto consiglio di bere molti liquidi...sono ricoverati in Ospedale con enormi pancioni e piedi gonfi di Levissima che non riecono ad espellere per le vie urinarie...
Non sarà che, come al solito, stanno esagerando?
Esaurita l'ubriacatura post mondiali ho pensato di ripubblicare (a grande richiesta) il nostro "raccontino" in versione quasi definitiva. Aspettiamo il contributo de l'intrusa .... poi scriveremo il finale .... e il Titolo
PROLOGO
- E’ ora! - pensò tra se.
Diede un ultimo sguardo al fiume che scorreva placido verso il mare. Le luci della notte tremolavano in mille riflessi sullo specchio d’acqua. Sembravano tanti piccoli demonietti colorati che volavano a pelo d’acqua. Credeva lo fissassero. Lui li fissò a sua volta. A lungo.
Il pensiero vagava libero. Milioni di ricordi riaffioravano dai gorghi del fiume sotto di Lui.
Milioni di immagini si affollavano nella mente di Lui.
Ad un tratto uno dei piccoli demoni si materializzò in una figura familiare. Antica e familiare.
Il tempo improvvisamente prese a scorrere a ritroso alla velocità del pensiero.
Il pensiero prese per uno stretto viale che portava a Suo nonno.
La memoria correva a suo nonno, ardimentoso, pazzo diceva sempre la nonna, al punto da tuffarsi in quelle correnti per salutare il nuovo anno. Ricordò come, da bimbo, aveva sempre desiderato farlo anche Lui. Volare dal ponte tra lo stupore generale di parenti, amici, sconosciuti turisti. Ma non l’aveva ancora mai fatto. Non aveva ancora trovato il coraggio. Non ancora, pensava.
- E’ ora di andare – ripetè sottovoce.
Alzò il bavero del cappotto. Si guardò intorno. Era solo sul ponte. Faceva troppo freddo quella notte. Che ora era. Dovevano essere le quattro. Era ora di andare, ormai.
Si scostò leggermente dal parapetto. Fece un lento dietro-front. Prese un respiro profondo e si diresse alla sua sinistra.
I guardiani del ponte, benevole figure celesti, nel cuore delle tenebre sovrastavano il viandante incutendogli un senso di angoscia e di timore. Un senso di oppressione. Come quella volta in aereo, quando si era sentito morire. Non gli era mai accaduto prima. Lui che aveva viaggiato mezzo mondo per lavoro. Panico in aereo. Paura. Terrore. Lui che aveva fatto della propria freddezza elemento di distinzione. Un automa, mai un esitazione, mai paura. Mai, fino a quella volta in aereo. Fino a quella volta in cui aveva minacciato di morte lo steward perché non voleva farLo scendere da un aereo a 5.000 metri di altezza. Ora sorrideva, al ricordo, sorrideva Lui.
Ci mise due anni per vincerlo. Ma alla fine ci riuscì.
Sconfisse il nemico oscuro che L’aveva abbracciato su quell’aereo.
Non era ancora un uomo finito.
No, Lui era tornato!!!
Gli ambasciatori a guardia del ponte. Figure terrorizzanti. Sovrastanti. Da togliere il fiato.
Sembravano scrutarlo, dall’alto delle posizioni che da secoli tenevano, sul ponte, con sguardo di rimprovero. Cosa aveva .fatto della sua vita. Cosa aveva fatto delle sue infinite possibilità.
- Cosa sto facendo? – si chiese – avevo chiuso con questa cazzo di vita …. E cosa ci sto facendo ancora qui – abbandonò finalmente il ponte, proseguendo a sinistra lungo il fiume, si allontanò dal terribile corpo di guardia.
Raggiunse finalmente il viale, il traffico della notte, le luci, si tranquillizzò.
Controllò il cellulare, nessun messaggio!
Nessuna novità!
Era ora di andare.
Lasciò Via della Conciliazione, abbandonando il centro della cristianità, la regina delle basiliche, il potere della Chiesa, con un ultimo lungo sguardo e poi con la coda dell’occhio lasciò il Viale, la basilica e le sue storie.
In pochi minuti si trovò catturato dal dedalo di Borgo.
La Guardia notturna, in una macchina, assonnata e rimpicciolita nel tentativo di vincere il freddo, snobbò quasi del tutto il suo passaggio.
Che freddo quella notte!
Saranno vent’anni che non si ricordava un inverno cos’ rigido a Roma. Aveva persino nevicato. Non succedeva da …. Lui non lo ricordava neanche, era bambino, l’ultima volta. Era successo quanto ancora il nonno si librava dal ponte. Quando anche Lui sognava di farlo. Quando si era svegliato in piena notte per vedere la neve. Quando era sceso in strada, in piena notte, per vedere la neve, questa sconosciuta.
Nell’altra vita.
Ora, invece, passava le notti in giro per lavoro, giorno e notte, lavorava sempre Lui. O non lavorava mai.
Era forse un lavoro il suo?
Sempre in giro per il mondo, senza radici, senza amici, sempre il maledetto lavoro.
Mentre era avvolto dai suoi pensieri lo vide.
Era lì, dove doveva essere, alto, magro, abbracciato a se stesso, nel suo lungo cappotto nero.
Avvicinandosi notò il rosso della brace che fumava … - ancora fuma …- pensò tra sé .- stronzo … non ha proprio imparato un cazzo –
Montecristo. Fumava un Montecristo. Il suo sguardo era soddisfatto ed avido allo stesso tempo quando ammirava il suo Montecristo.
- Gradisci un tiro? – gli disse con la sua tipica voce roca, da fumatore incallito – vengono diretti da …-
-No - lo interruppe seccamente Lui – Lo sai che non fumo più da anni –
- Anni. …- disse l’altro mentre spengeva con cura quell’aromatico bastoncino – … già … da quanti anni non ci vediamo, brutto figlio di ….-
- Dai tempi di Rabat, sei anni fa – rispose secco. Mentre l’altro riponeva il sigaro quasi come fosse un prezioso gioiello, una pietra di valore. In effetti lo era … negli ultimi anni gli ultimi irriducibili del vizio dovevano sborsare cifre sempre più alte per assecondare la propria debolezza. Colpa del governo, ripetevano. Colpa del governo che ha iniziato questa maledetta caccia alle streghe … prima i ristoranti, poi i parchi , poi gli aumenti. Lui aveva desistito, l’altro no, vecchio testardo, non voleva darla vinta.
- Rabat? Sei sicuro?-
- Sicuro, certo … ricordi il tatuaggio? La luna e il serpente? Mi ci ero fatto scrivere anche l’anno …-
- Cazzo, allora è vero … eri proprio andato, fuso, com’è che si chiamava?-
- Ti prego, parliamo d’altro – Disse Lui, secco. Ogni volta che pensava ad Anna, una mano lo stringeva al cuore, stringeva, spremeva, fino a lasciarlo senza fiato, senza più sorriso.
- Allora, è arrivato?- riprese, dissimulando il disagio e cercando, così di allontanare subito il pensiero da Anna. La sua Anna.
- No, lo stiamo aspettando, ricorda, è importante che tu vada da solo … non devo certo spiegarti il motivo, sai benissimo ….-
- Lo so, non ricominciare a fare il padre premuroso –
- Padre? Allora sei sempre il solito stronzetto …. Ti sfido ad arrivare alla mia età …. – sorrise. Sorrideva sempre. Come ai vecchi tempi. Questa pantomima sulla propria età gli piaceva tantissimo, lo divertiva, lo faceva impazzire …. E Lui stava sempre al gioco … ma non quella sera. Non quella notte.
Arrivò il segnale. Era ormai l’alba, arrivò il segnale. Era ora, finalmente.
- E’ ora di andare – dissero sottovoce.
Proseguirono giù per il viale. Raggiunsero la guardia notturna, ormai addormentata. Esitarono alcuni istanti. Andarono avanti.
Il vecchio si fermò di fronte al giornalaio che stava aprendo proprio in quell’istante.
Lui continuò a camminare. Giù per il vicolo. Poi subito a destra. Contò … uno …. Due …. Tre … eccolo, il terzo portone sulla destra.
Infilò la chiave nella toppa del portone. La serratura scattò … suono metallico. Entrò nel portone e lo accompagnò chiudendolo dietro di sé.
Silenzio.
Stette alcuni secondi ad ascoltare il silenzio.
Silenzio.
Si diresse verso l’ascensore. Si arrestò. Decise che era preferibile salire per le scale.
Salì al primo piano.
Silenzio.
Prese la seconda rampa di scale.
Secondo piano.
Silenzio.
Si diresse verso la porta di destra.
Suonò il campanello. Erano le sei e mezza. Silenzio. Suonò di nuovo.
- Chi è? – si udì al di là della porta-
- Sono un amico di sua sorella, Giorgia . rispose Lui.
Subito la porta si spalancò.
La luce del soggiorno lo investì col suo calore rassicurante.
I due si guardarono. Restarono in silenzio. Si guardarono. Si fissarono per alcuni secondi che racchiudevano l’eternità.
Sbiancarono.
Entrambi.
Gelarono.
I
La testa mi scoppiava, gli occhi erano chiusi.
Ero sveglio, ma gli occhi non volevano saperne di aprirsi.
Rimasi qualche minuto in attesa. Ascoltando i rumori provenienti da fuori.
Così mi accorsi di quel respiro.
Un respiro gentile.
Alla mia destra.
Un soffio che cercava, pensai, di passare inosservato …. Di non disturbare.
Feci subito mente locale … ma senza successo.
Non ero solo … realizzai.
Chi c’era vicino a me?
Una donna?
Forse.
Ma non ricordavo. Impossibile non ricordare … dicevo tra me. Ma non ricordavo.
Aprii un occhio. Quello destro.
L’ambiente era tutt’altro che familiare. Aprii entrambi gli occhi.
Guardai meglio.
Dov’ero. Dove sono. Non ricordo.
Solo questo terribile mal di testa. Lancinante. Una lama di coltello. Dolore.
Dove sono. Non lo so.
Mi voltai verso destra. La vidi.
Bellissima. Coi suoi lunghi capelli scuri.
Una dea. Sotto il lenzuolo di seta dormiva senza disturbare, col suo respiro gentile.
Chi era. Non ricordo.
Guardai sotto il lenzuolo. Era nuda. Meravigliosa dea.
Avevamo fatto l’amore? Non lo so. Non lo ricordavo.
Confusione. Terribile smarrimento.
Mi alzai, rivolgendo una lunga occhiata alla mia dea bruna. La donna che avevo sempre sognato. Credo. Non ricordo. Mi avviai verso la porta. La aprii e vidi il bagno. Realizzai di trovarmi in un albergo. La tipica stanza d’albergo. Una mappa di Londra sulla valigia semiaperta. Ero forse a Londra?
Non so. Non ricordo. Nulla.
Mi avvicinai allo specchio e ci guardai dentro.
Vidi uno sguardo freddo, d’automa.
Vidi un uomo, stempiato, sulla quarantina, abbronzato.
Una grossa cicatrice spiccava lungo un tatuaggio.
Una luna e un rettile posti sul cuore.
- Chi cazzo sei? – urlai, non riconoscevo quell’uomo. (Avvocangelo Fab)
Ma questa era la cosa che mi preoccupava di meno.
Non era la mancata identificazione dell'uomo nello specchio a spaventarmi, quanto il fatto che l'immagine riflessa non mi piaceva affatto.
Avevo percepito subito qualcosa di sinistro in quell'uomo allo specchio.
Non era il suo aspetto a spaventarmi, ma la natura che avevo immediatamente riconosciuto in quella figura.
Il viso che mi fissava non rifletteva lo sgomento e lo stupore della novità inaspettata, ma piuttosto il compiacimento ed il ghigno dell'irrimediabilità del cambiamento che era sotto i miei occhi.
No, non potevo essere io l'uomo riflesso che ricambiava il mio sguardo....
Eppure ero io, perchè non c'era nessun altro in quella stanza.
A parte, s'intende, la dea bruna che dormiva ancora, ignara di quanto avveniva oltre i suoi sogni.
Cristo, pensai, ma questo è degno di un incubo di Kafka.
Oppure mi trovavo in un racconto di Borges o Cortazar e fuori da quella stanza avrei riconosciuto l'Avenida Libertadores.....
L'impulso mi colse d'improvviso.
Mi rivestii in fretta,indossando ancora inebetito un completo blù riverso sulla poltrona accanto al letto.
Lanciai un'ultima occhiata,ancora stupita, a quel corpo addormentato che mi era del tutto sconosciuto e dopo alcuni minuti mi ritrovai giù nella hall di quello che appariva un albergo di lusso.
Il ronzio e il dolore alla testa erano ancora vivi e pulsanti, e un freddo sudore cominciò lentamente a colarmi dietro la schiena, busto d'acciaio che abbracciava il mio corpo fino a impedirmi di respirare.
Forse fu per questo che non ebbi il coraggio di chiedere al portiere, un giovane bruno dalla carnagione olivastra, chi ero, dove ero e perchè mi trovavo in quel posto.
Una luce intensa filtrava dalla porta principale che dava sulla strada,un riflesso arancio fuoco che ispirava calore e prometteva intimità al corpo e alla mente gelata che percepivo padroni del mio essere.
Varcai la soglia chiudendo gli occhi, quasi assaporando tutto il frastuono che stava per abbattersi su di me...
Feci pochi passi e subito capii dove ero.
La grande cupola della Cattedrale di Sant'Isacco, con il suo rivestimento di oltre 100 chili d'oro, mi guardava quasi sardonica dall'alto del suo splendore.
L'avevo riconosciuta immediatamente e la sua sagoma mi era incredibilmente apparsa familiare.
Si, ero stato in quel posto in una vita o in un'altra, ero già stato a San Pietroburgo.
Rovistai freneticamente le tasche del completo, quasi incredulo di non averlo fatto prima.
Trovai solo alcuni biglietti usati della metropolitana di Londra, alcune banconote da dieci sterline, un pacchetto di Kleenex e un biglietto da visita sgualcito.
Sul frontespizio trovai un nome e un indirizzo: dr.Sergei Rubasciov- Tetralnaya Ploshad 10- San Pietroburgo.
Il tassista che mi accolse a bordo aveva un aspetto trasandato e disgustoso, ma l'odore dell'interno dell'auto mi ricordò qualcosa di antico e familiare: a dispetto dell'assurdità della mia situazione il sentore di cipolla fritta si impadronì del mio olfatto trasportandolo indietro nel tempo.
Mi sforzai di ricordare...
Mentre il repellente omone russo alla guida accostava alla sua destra indicandomi il numero 10 della strada,un'immagine e un nome lampeggiarono dentro di me.
Una immensa villa bianca, circondata da palmizi e grandi statue in pietra..
Africa.
Marocco.
Chissà....
Una donna bellissima, lunghi capelli neri e sguardo implorante.
Uno scialle verde le cingeva le spalle...
Il suo nome risuonò dentro me con la potenza del tuono.
Anna Zakir.
Si, ricordavo volto e nome della donna, ma tutto il resto era solo nebbia e fumo...
Nebbia e fumo come tutta la mia vita...
Nebbia e fumo come l'assurdità di quella situazione nella quale ero piombato.
Mentre il taxì si allontanava sentii distintamente una voce dietro di me, proveniva dall'angolo della strada e ripetutamente urlò " Maurizio, Maurizio.."
L'uomo era sorridente, quasi stupito che non lo riconoscessi, e quando si avvicinò a me abbracciandomi il dolore alla testa divenne corpo vivo con i miei muscoli e mi abbandonai ad esso quasi riconoscente della grazia dell'incoscienza alla quale potevo abbandonarmi.
Persi i sensi ricordando la grande villa bianca e il sentiero di oleandri che lambiva l'immenso giardino ricolmo di piante di ogni specie. (Avvocangelo Ferla)
* * *
Il vento stormiva tra i suoi capelli. Neri come la pece che si attacca alla retina ed immobilizza lo sguardo su una dea. Neri come i miei occhi stanchi che attendevano risposte dall'orizzonte.
Ricordo solo che fosse un pomeriggio in cui il sole lentamente sprofondava fra le onde. Poche nuvole a graffiare il cielo ed i miei dubbi.
Avevo un libro tra le mani, poesie scritte in spagnolo: le recitai distrattamente, per gioco, sussurrandone i versi alle orecchie complici del mondo.
E lei si voltò.
Su quella spiaggia voluttuosamente baciata dal mare, lei, quasi fosse sorpresa, si voltò verso di me con una strana meraviglia dipinta sul viso. Era come se stesse aspettando le mie parole da secoli, imprigionata in un torpore ovattato, senza confini.
Iniziò a scrutarmi ed abbozzò un sorriso che mi lasciò tremendamente solo: scomparve all'improvviso mentre il sole era già tramontato.
Rimasi accecato da quell'assenza e non mi chiesi la ragione della mia tristezza. Mi sentivo assorto in una pallida sofferenza che non mi rendeva padrone delle mie sensazioni, come se continuassi ad essere trascinato lontano, in un luogo dove il tempo non esisteva.
Cominciò a piovere timidamente, una pioggia calda che si posava sulle palpebre come per appesantirle e consigliarmi di dormire, magari lì, sulla sabbia. Nonostante le gocce, decisi di riaprire il libro che custodivo nelle mie mani.
Tra le pagine, mentre mi allontanavo dalla spiaggia, ritrovai un petalo bianco di un fiore di cui non conoscevo il nome. Iniziai a leggere i versi di quella poesia che, misteriosamente, mi era stata indicata.
"Fiore brillante del sogno,
dentro del fiore mio;
rosa pura del cielo, mal disposta
ad aprirti intera
nell'aridità dell'aurora!" (Maddyaff & Amico Anonimo)
* * *
Il fetore rancido del taxi che sfrecciava per quelle strade vagamente familiari mi riportò alla realtà.
All’improvviso un senso di solitudine misto a nausea e vertigini si impossessò del mio corpo.
Sudori freddi.
Visioni.
Paura.
Voglia di vomitare.
Ignoravo il perché, ma qualcosa dentro di me, una specie di sentore proveniente dalle viscere profonde del mio essere mi implorava di scendere da quella macchina, di abbandonare quel luogo, di non voler sapere oltre.
Eppure quei sedili unti e consumati erano calamite che impedivano qualsiasi mio movimento.
Ogni muscolo, paralizzato, si rifiutava di obbedire agli impulsi dettati dal mio cervello.
All’improvviso il buio.
Lentamente gli odori, i sapori, le sensazioni, si dissolsero lasciando spazio a odori, sapori e sensazioni opposte, piacevoli, rassicuranti.
Spalancai gli occhi, quasi intimidito dalla sensazione di calore e di energia che mi circondava…
(Anna... Dove sei?)
Il fuoco nel camino era ormai spento, ma i tizzoni ancora ardenti producevano una luce fioca che mi permetteva di intravedere qualcosa.
La tavola era ancora apparecchiata. Il vino ancora nei bicchieri. La cera delle candele aveva macchiato la tovaglia.
Mi alzai dal divano.
Una fitta improvvisa alla gamba mi ricordò della caduta della sera prima, un leggero mal di testa, invece, della quantità di vino che avevo ingurgitato.
Mi misi il soprabito mentre Tore scodinzolava sperando in una passeggiatina notturna.
Uscimmo.
- E’ ora – pensai tra me. (HoocH)
Scesi giu' per le scale silenziosamente, per non dare nell'occhio.
Quando arrivai in cantina accesi la luce e mi guardai attorno. Il baule era ancora li, esattamente come l'avevo lasciato. L'odore di muffa e di vino mi dava la nausea e le ragnatele sembrava quasi emettere un odore sgradevole.
Mi guardai nuovamente attorno, poi senza esitare corsi ad aprire il baule. Alzai il coperchio con la mano tremante, ormai ubriaco di nausea. All'interno del baule. (silviam)
Erano le 23.00 passate e pian piano le mie funzioni psico-fisiche iniziavano a tornare quelle di sempre. Avevo passato più di venti ore su quel divano in uno stato di semi anestesia, ricordavo pochissimo di quello che mi era successo la sera prima. L'appartamento pareva un deposito di vetri a rendere, notte di alcool, notte tossica, notte di ricordi e amnesie di una vita che non c'è più, una vita che ho voluto interrompere con le mie stesse mani. Io mi perdo nelle notti come queste, volutamente trasporto la mia mente in luoghi lontani per dimenticare le mie pene, perchè Anna mi manca, mi manca più di ogni altra cosa. Della sera precedente ricordavo il freddo pungente, ricordavo la voglia di farla finita nelle acque gelide sotto quel ponte e ricordavo quel vecchio stronzo che con i suoi discorsi fallimentari mi fece ripensare al mio viaggio in Marocco e ad Anna. Niente di più. Scesi in cantina spinto dalla voglia di farmi del male, sapevo benissimo cosa contenesse quel baule, sapevo che aprendolo avrei sofferto di più, eppure la tentazione era troppo forte, impossibile da comandare. Foto di lei, di noi, racconti, filmati, vestiti, profumi e follie del nostro amore svanito. Passai più di un'ora in quella cantina fredda, tra lacrime e ricordi l'unico conforto per me era il piccolo Tore che per tutti quegli anni non mi aveva mai abbandonato. Chiusi con rabbia quel baule e portai il cane a spasso per le vie del centro. Entrai al solito bar. Salutai Scheggia che se ne stava seduto dietro al bancone con aria assonnata e ordinai una sambuca per sciacquarmi la bocca; pensai che sarebbe stato meglio mangiare qualcosa altrimenti nel giro di pochi minuti avrei vomitato tra i tavoli del locale. Un panino che divisi con Tore, perchè il mio stomaco era ancora troppo chiuso, ancora troppo dolente. Me ne stavo seduto in solitudine, ritratto perfetto di un uomo senza futuro, un uomo fallito destinato allo sbando; ordinai un altra sambuca mentre attendevo noiosamente il passare del tempo. Sentii la porta di ingresso aprirsi e vidi entrare Jack in compagnia di Lorenz e Joel. Cercai di non dare nell'occhio, non avrei avuto la forza per affrontare quelli che da sempre erano stati i miei compagni di viaggio; da sempre, fino a che conobbi Anna. Con loro avevo girato il mondo, acquistammo un camper usato da un tedesco e iniziammo a viaggiare in cerca di libertà, in cerca di nuovi stimoli. Ricordo come se fosse ieri! Non avevo forze quella sera ma inevitabilmente il mio sguardo incrociò il loro. Ci salutammo amichevolmente, visibilmente contenti di questa "rimpatriata"; si sedettero al mio tavolo e ordinammo quattro birre. Era bello essere di nuovo tutti insieme a parlare delle storie passate e del futuro. Mi accorsi che in fondo non ero poi così solo e dentro di me continuai a ripetermi "E' ora", si...ma questa volta mi convinsi che era ora di ricominciare a vivere, di vivere al massimo come solo noi sapevamo fare. (Fedek)
Così terminammo i nostri boccali di birra e uscimmo sul retro, per fare quello che dovevamo fare. Jack, sommerso da un vortice di capelli spettinati, si chinò sullo zaino ed estrasse il suo arsenale. Era un rituale che non mi aveva mai abbandonato. Da solo o in compagnia delle tante ombre incontrate nel corso dei miei viaggi, erano sempre più rare le serate che finissero senza quel piccolo espediente, il solo che conoscessi per salvarmi. Almeno per qualche ora.
Quasi non mi accorsi dell’ago che affondava nella pelle.
Del liquido che penetrava con una piccola scia rosso scarlatto, e cominciava la sua corsa all'interno delle mie vene. Ora sì, cominciavo a vivere. Quella era la nostra vita. Restammo lì, fatti, per non so quanto tempo, forse ore o forse giorni. Forse settimane. Quando la moltitudine di immagini che vorticava davanti ai miei occhi si fermò per fare posto alla solita monotonia delle cose, era ancora notte.
Fu Tore a riportarmi alla realtà. Il suo guaito mi strappò ai miei sogni come una sirena che irrompe durante il sonno. Mi voltai, per cercare i miei amici, nel freddo di quel retrobottega. Stava cominciando a piovere. E allora li vidi. E allora vidi i loro corpi orrendamente maciullati e sfigurati. Le mie mani, ancora grondanti di sangue, stringevano una lama. (artemisia80)
INTERMEZZO
L’uomo fumava il suo sigaro.
Appoggiato allo stipite di un grosso portone aveva lo sguardo fisso alla finestra dalla quale Lui avrebbe dato il segnale.
Appena Lui si chiuse dietro il portone, il vecchio stronzo riaccese il suo Montecristo.
E se lo godeva.
Il telefono vibrò.
Una volta.
Due volte.
Rispose.
Stette in ascolto.
- ... confermo, è salito da cinque minuti – disse.
Ancora silenzio.
- Garantisco io per lui … non ci deluderà – chiuse la conversazione.
Rimase come inebetito a fissare il display che si spegneva lentamente.
-Questa volta non ci deluderai … vero figliolo? – Pensò tra sé.
La donna lo fissava occultata dalla semioscurità del vicolo.
Il cappotto nero ed il colbacco facevano il resto..
Faceva freddo a Roma in quei giorni.
Non si ricordava un gelo così ormai da vent’anni.
L'alba sopraggiunge quasi inattesa.
Finalmente il vecchio colse il segno sperato, atteso ed agognato dalla finestrella al secondo piano.
Come da Manuale.
Prese il cellulare e richiamò l'ultimo numero.
Uno squillo secco.
Era il segnale.
Tutto era andato secondo i programmi.
Si diresse verso l’edicola.
La donna lo fissava dal suo sicuro rifugio.
Lei si sentiva invisibile.
Non attraeva l’attenzione dei passanti.
Soprattutto non aveva attratto l'attenzione del vecchio tabagista incallito.
Lui, trafelato, scuro in volto, uscì dal portone.
Sembrava smarrito.
Si sentiva perso.
Solo.
Come quella volta, da bambino, quando la madre svanì tra la folla.
Svanì come ingoiata dal gorgo di un fiume.
Per sempre la sensazione di vuoto che L’aveva accompagnato nei cinque minuti in cui rimase solo.
Solo per cinque minuti.
Ma a Lui apparvero un’eternità.
Era solo.
Ma non piangeva. Moriva dentro ma … non piangeva.
Era Lui l’uomo di casa, Gli avevano detto i nonni dopo la morte del padre.
Così Lui, solo, senza la mamma, non poteva frignare come tutti i marmocchi.
Non Lui.
Lui, trafelato, scuro in volto, finalmente uscì da quel maledetto portone.
Il vecchio, spento il suo sigaro, lo raggiunse.
Ma Lui allungò il passo, doveva allontanarsi, doveva sparire.
Questo diceva il Manuale.
Ma il vecchio non lo aveva mai seguito, il Manuale … forse non lo aveva mai letto. Così Lo affiancò e lo afferrò per un braccio.
La donna li fissava velata dalla semioscurità del vicolo … (Avvocangelo Fab)
II
L’orrore cominciò lentamente ad invadermi, dapprima incosciente e vago come se non mi appartenesse, poi razionale e logico come un’equazione.
Cosa era successo?
Ero stato io ad aver provocato quel massacro?
Perché non ricordavo ancora niente?
La testa mi scoppiava, non riuscivo a concentrarmi sulle cose da fare, ma ero consapevole che solo fuggendo da quel mattatoio avrei trovato la capacità di comprendere cosa mi stava accadendo.
La sensazione che lentamente ma decisamente si stava facendo strada nel mio essere era che tutto ciò che contemplavo inorridito era estraneo a me, non mi riguardasse completamente, come se qualcuno o qualcosa mi guidasse nelle azioni che compivo.
D’altra parte, anche sforzando allo stremo la mia residua capacità razionale, non riuscivo a capacitarmi delle possibilità che mi erano date di capire il senso di tutto quello che era successo e che, sicuramente, sarebbe accaduto ancora..
Fuori aveva smesso di piovere ed il cielo sembrava avere acquistato uno strano colore di vino.
Assecondando la sensazione di rifiuto per la realtà che era davanti a me, lasciai il retrobottega senza curarmi d’altro che di allontanarmi al più presto da quel luogo, come un naufrago abbandona il luogo del disastro presentendo l’imminente arrivo degli squali.
Il battito del cuore mi martellava la testa.
Avrei dovuto trovare al più presto qualcuno disposto ad aiutarmi a capire chi ero, cosa ero diventato e perché stavo andando alla deriva.
Avevo assoluto bisogno di capire.
Feci solo pochi passi verso la mia sinistra, seguendo un percorso alberato, privo di negozi o abitazioni, che mi era totalmente estraneo.
Riuscii a malapena ad accorgermi dell’auto che , a poche decine di metri davanti a me, mi lampeggiava insistentemente.
In altre occasioni avrei tirato dritto, incurante ed incosciente come sempre dei segnali che la vita reale mi mandava in soccorso, ma stavolta non potei fare a meno di considerare quel fascio di luce intermittente come un legno tra le onde che avrebbe potuto sorreggermi in attesa della salvezza.
Non riuscii ad identificare la persona che si rivolgeva a me dal del sedile posteriore destro dell’automobile, né chi si trovasse alla guida, ma le parole che mi rivolse l’uomo non lasciavano dubbi sul fatto che fossero indirizzate proprio a me.
“ Allora, Maurizio, non ti pare il caso di chiedere aiuto a chi può offrirtelo?” disse l’uomo con tono rassicurante.
“ Cosa le fa credere che abbia bisogno di aiuto?” replicai, combattuto dal desiderio di aprire lo sportello dell’auto e intimare all’uomo di allontanarsi al più presto da quel luogo dell’orrore.
Cominciai a distinguere faticosamente persone ed oggetti all’interno dell’abitacolo.
L’uomo che mi aveva rivolto la parola era vestito impeccabilmente di blù, aveva un colorito abbronzato e uno strano distintivo all’occhiello della giacca.
L’età era indefinibile, avrebbe potuto avere cinquanta o sessant’anni, ma sicuramente l’insieme delle circostanze lo facevano sembrare affidabile e del tutto consapevole del potere che aveva su di me.
Abbandonai ogni diffidenza ed entrai deciso nell’auto, che ripartì lentamente senza rumore.
“ Se è in grado di aiutarmi, lo faccia subito..” dissi senza esitare oltre “..ma mi dica chi è e perché mi conosce..”
“ Non è importante il mio nome, però credo che è davvero arrivato il momento di farle capire cosa sta succedendo” ribattè senza guardarmi.
L’auto percorreva ora un anonimo filare di caseggiati di periferia, dietro i quali s'intravedevano luci e giardini condominiali d'inusitato squallore.
“ Come le dicevo, non è essenziale che lei conosca la mia persona, ma sappia che so di lei più di quanto possa immaginare…” sibilò rompendo il silenzio che si era creato.
“ Comunque…” proseguì con un filo di voce “ è messo sicuramente male, di questo può starne certo.”
Riflettei un poco sulle parole che avevo intenzione di rivolgergli, indeciso se assumere un tono implorante o autoritario.
“ Se conosce la mia situazione saprà certamente cosa mi sono lasciato alle spalle stanotte, e sarà al corrente di ciò che da qualche tempo succede nella mia vita….. Mi aiuti a capire…non so più cosa mi sta accadendo..”
Avevo rivolto all’uomo quelle frasi senza alcuna remora, abbandonando tutte le perplessità che poco prima mi avevano circondato.
Forse avrebbe potuto davvero aiutarmi e ,comunque, non avevo molta scelta davanti a me..
L’uomo finalmente si girò verso di me.
Un indefinibile sorriso addolcì il suo sguardo e questo ebbe su di me un effetto quasi narcotico, come se fossi giunto sul limitare della percezione fisica del mio corpo per inoltrarmi in un sentiero di sogno.
In effetti, le parole che l’uomo mi rivolse per qualche minuto avrebbero potuto essere un sogno..
Ma questo lo pensai solo per poco tempo, perché ciò che mi accadde in seguito mi dimostrò che la storia che l’uomo mi raccontò era del tutto reale.
“ Il suo nome è Maurizio Zafon..” l’uomo incominciò lentamente a parlare.
“ La sua professione non era particolarmente interessante, ma sappia che ha lavorato a lungo per il Servizio Civile di Difesa. No..non mi fraintenda…non era un agente segreto…lei si occupava di amministrazione..roba semplice e sicura, niente di pericoloso. Sa…il nostro è comunque un lavoro di routine, non passiamo tutto il nostro tempo a progettare attentati o a organizzare colpi di stato..” continuò l’uomo senza cambiare registro vocale
“ Per qualche tempo l’organizzazione alla quale appartengo ha avuto stretti contatti con il Dipartimento Medico di Progresso Scientifico, cervelloni che si occupano di neuroni, sinapsi e cose attinenti alla modificabilità dei comportamenti umani…Nell’ambito di una ricerca commissionata dal governo, hanno messo a punto un programma neuro-psichiatrico in grado di modificare i comportamenti umani, in maniera tale da poter condizionare le azioni di un uomo per effetto di un semplice farmaco chiamato Ribenol.”
Non sapevo affatto di cosa stava parlando, ma in qualche modo le cose che raccontava avevano su di me l’effetto di tranquillizzarmi, quasi come se le conoscessi da sempre….
Continuai dunque ad ascoltarlo.
“ Non vorrei tediarla con particolari scientifici di scarsa comprensibilità per lei, in questo momento..” fece l’uomo agitando la mano sinistra in un gesto minimizzante, “ ma l’aspetto affascinante di questa vicenda che la riguarda risiede nel fatto che l’alterazione del comportamento umano non è ottenuta solo per azione farmacologica, ma anche e soprattutto per effetto della volontà di altri soggetti, ai quali è stato demandato il potere di indirizzo e scelta della vita e dei comportamenti di una persona.”
Un sudore freddo mi colava dietro la schiena, ma l’attenzione era desta e vigile su quello che l’uomo raccontava apparentemente senza enfasi.
“Per quel che deve interessarla, sappia che esistono delle persone che, in questo momento e da qualche tempo, decidono per lei…sono loro che le fanno compiere le azioni che vogliono, nel luogo che decidono e secondo tempi e modalità che appartengono al loro insindacabile potere..”
Non capivo…non potevo ancora capire..ma non lo interruppi…
“ Più precisamente, il potere di quelle persone alle quali accennavo non è sempre stato insindacabile, perché in origine è stato sotto il controllo del governo e dell’organizzazione alla quale appartengo”.
“ L’Amministrazione- continuò con tono pacato- in una prima fase scelse alcuni individui caratterizzati solo da uno smodato desiderio di fantasia, successivamente individuò una decina di cittadini affetti da una sorta di deviazione grafomane su base letteraria, ed offerse loro l’opportunità di creare delle storie basandosi non su personaggi ideali, ma influendo sulle scelte e le vite di una persona reale.”
“In un primo momento, tutto sembrò andare bene, e la combinazione del farmaco e della fantasia dei narratori di esistenze che avevamo individuato parve funzionare….
Fino a quando toccò a lei, Maurizio, sottoporsi volontariamente a questa specie di Truman Show…
Si, lo so, non ricorda affatto di essersi reso disponibile a questo esperimento, ma non importa….Quello che interessa è che da quel momento le cose hanno preso una brutta piega..”
L’auto continuava a sfrecciare in aperta campagna, ma il paesaggio che mi circondava non mi interessava più.
Le cose che l’uomo mi raccontava erano terribili e più andava avanti nella narrazione meglio percepivo l’incubo nel quale ero disceso.
“ La prego, vada avanti…non so come ma la nebbia sembra diradarsi..” lo implorai nel tentativo di rassicurarlo sulle mie intenzioni collaborative.
“Ben presto..- continuò l’uomo- il gruppo di scrittori dilettanti ai quali ci eravamo affidati nel nostro esperimento decise di cambiare rotta, di comportarsi autonomamente secondo il loro insindacabile parere…e dunque si ribellarono all’organizzazione..".
" Si staccarono dal controllo governativo e cominciarono ad agire di loro iniziativa, assumendo il controllo dell’esperimento per via informatica..” disse l'uomo grattandosi pensoso la base della gola.
“In sintesi, -continuò con una luce di sfida negli occhi- questi individui agiscono secondo fini che non sono del tutto chiari…le fanno compiere azioni disorganiche tra di loro, cambiano il suo modo di pensare, la trasportano qua e là per il mondo, la fanno innamorare, la fanno sognare, le fanno compiere brutali omicidi, hanno indotto in lei l’uso di stupefacenti e chissà cosa altro hanno in mente di fare…”
Lo sguardo dell’uomo era in questo momento duro e tagliente, ciò che continuava a dirmi sembrava sconvolgere anche lui.
Mi parve di scorgere un’ombra di disprezzo nei suoi occhi per quei fanatici che avevano osato l’incredibile…
“ Sono dei pazzi disturbati – riprese l’uomo in tono agitato-….agiscono tra di loro in maniera coordinata, si danno il cambio periodicamente per indurla alle azioni più diverse…Pensi che per meglio agire hanno assunto nomi di fantasia e credono di riuscire nel tentativo di dimostrare che tutte le vite sono in qualche modo eterodirette, che l’uomo non è più capace di determinarsi autonomamente…In effetti sono dei sognatori, a loro modo utopisti, ma abbiamo ragione di credere che le loro azioni siano ormai alla fine, secondo i nostri calcoli hanno a disposizione solo qualche altro giorno….Finchè possono,tenteranno di farle compiere le cose più brutali…ne siamo sicuri..
Il loro capo si fa chiamare Fab, ma ci sono altri pericolosi elementi tra di loro, tra i quali una certa Artemisia,un tal Ferla e una non meglio identificata Silviam “
Non riuscivo a crederci…
Ero in grosso guaio e non sapevo come uscirne, questo era sicuro…
“Mi faccia capire..cosa devo fare ora? Come potrò risolvere la mia situazione e riappropriarmi della mia esistenza?” implorai alla stregua di un animale morente che chiede con lo sguardo al cacciatore un colpo di grazia…
“ Visto che si sono appropriati del Ribenol e che la loro fantasia malata è ancora attiva, non resta che una sola strada…” insinuò deciso l'uomo
“Quale, perdio?” finalmente mi scossi dal torpore e gridai con tutta la mia forza..
“E’ semplice, Maurizio….dovrà ucciderli tutti o loro finiranno per ucciderla…non c’è altra via..”
Quando finì di pronunciare questa frase l’auto stava imboccando un grande cancello in ferro battuto alle spalle del quale si intravedeva una villa immersa nel verde.
Ero ancora a Roma e sembravo finalmente controllare i miei nervi e il mio cervello, ma fino a quando la combriccola di grafomani mi avrebbe lasciato tranquillo? (Avvocangelo Ferla)
Sentivo il sangue salire fino alla testa e ribollire caldo.
La temperatura mite di quell' ambiente alle volte si faceva gelida alle volte ostinatamente calda.
Il mio corpo e i miei pensieri cambiavano a seconda delle volontà che si imponevano prepotentemente nella testa.
Volontà dei grafomani.
Adesso mi rendevo conto. Cosciente e spaesato. Ricordavo. Capivo.
Mi sentivo protetto almeno tanto quanto in pericolo e pericoloso.
L'uomo in nero che m'aveva recuperato in macchina mi aveva rinchiuso in un appartamento della sua bellissima villa, era impossibile uscirne.
"Dovrò ucciderli" .. questo pensiero mi balenava fitto nella testa.
Uccidere qualcuno di mia iniziativa. Come avrei mai potuto fare?
Ero sempre stato un uomo onesto. Col mio lavoro onesto.
Con una vita modesta, magari noiosa, di routine, ma onesta. Mai niente di illegale.
Avevo fumato della marijuana una volta. Non mi era nemmeno piaciuta.
Come avrei potuto, ora, uccidere delle persone?
Mi scossi nell'istante in cui mi resi conto di aver commesso già molti crimini.
Scoppiai in lacrime.
Doveva essere tutto iniziato quella maledetta sera.
Un attimo dopo sentivo l'impulso terribile di fare male.
Dentro la mia testa semi-cosciente adesso albergavano due anime.
L'una irata con impulsi assassini, e l'altra che ferocemente cercava di combattere la violenza che veniva somministrata come eroina nelle mie vene.
Iniziai a strapparmi le vesti.
A scalciare contro i muri.
A procurarmi dolore fisico.
Qualcosa non stava andando come doveva andare.
Da tutt'altra parte del paese, la squadra delle complicate menti di grafomani si interrogavano su dove fosse finito il loro protagonista.
Non rispondeva ai comandi.
C'erano donne che aspettavano, storie d'amore che non iniziavano, assassinii mai compiuti.
E io, combattuto tra rabbia, coscienza, passione e violenza invece, dilaniavo anima e corpo tra quelle quattro mura.
Ci restai ben dieci giorni.
Ma all'undicesima alba… (HaUsHiNkA)
All'undicesima alba mi alzai di scatto da quello che era stato il mio letto nei giorni passati e mi accesi una sigaretta.
Ero pronto.
All’improvviso, le sensazioni che mi avevano accompagnato fino a pochi secondi prima di aprire gli occhi, mi avevano abbandonato… svanite come la nuvola di fumo che prendeva la strada del soffitto per dissolversi lentamente.
Ero cosciente.
Sapevo.
Avevo SEMPRE saputo.
Sapevo che dovevo abbandonare quella casa e sapevo che dovevo farlo il prima possibile.
Sapevo che in cucina avrei trovato tutto quello di cui avevo bisogno, ordinatamente disposto sul tavolo.
Sapevo che ci sarebbe stata una macchina blu scura, che di notte sembra nera, pronta per il viaggio… con il pieno di gasolio, con la radio sintonizzata sulla mia stazione preferita e il porta cd pieno di quella musica che adoro ascoltare in viaggio…
Sapevo di trovare nel bagagliaio il mio trolley verde militare, di marca scadente, con tutto ciò di cui avrei avuto bisogno per stare via il tempo necessario.
Sapevo ….
Eppure non avevo il coraggio di scendere quelle scale che mi dividevano dalle mie certezze… la paura di trovarmi davanti, ancora una volta, ad una realtà che non mi appartiene mi faceva venire i brividi dietro la schiena….
Mi accesi un’altra sigaretta.
“La nicotina aiuta a riflettere. Aumenta l’attenzione.”, lo diceva sempre Anna per giustificare il suo pacchetto e mezzo di bionde al giorno….
Poi, con uno scatto, come se volessi sorprendere anche me stesso con azioni improvvise e assolutamente inaspettate, saltai giù dal letto per precipitarmi in fondo a quelle maledette scale…
248 passi contati, uno per uno e percorsi in rapidità senza guardare mai indietro.
E finalmente la cucina.
Con il suo tavolo apparecchiato e con lo zaino appoggiato sulla sedia, quello stesso zaino che sapevo di trovare proprio là… e la porta di servizio, da cui si arrivava al garage, dove ad asppettarmi c'era la macchina blu scura, che di notte sembra nera, con i cd nel porta cd rosso e il trolley verde militare di marca scadente pieno di tutto ciò che avevo bisogno…
Sospiro di sollievo… (HoocH)
Sospiro di sollievo…………..perché iniziavo a ricordare qualcosa, qualcuno!
Nella mia mente confusa, annebbiata avevo solo un immagine limpida, lei.. Anna.
Echeggiavano nella stanza le sue ultime parole “Ci sarò sempre per te, ricordati che qualsiasi cosa succederà io ci sarò..” e poi… è sparita come una bolla di sapone nell’aria.
Perché ora ricordo quelle parole? Perché Anna è così viva e reale dentro di me?
Perché quando penso a lei mi sento me stesso e non ho dubbi circa la mia identità?
Ma allora, perché quell’uomo mi ha raccontato dell’esperimento scientifico?
Io.. inserito in un progetto ideato da un gruppo di “pazzi” che stravolgono i sentimenti e la vita altrui?……. non è possibile, non posso essere stato così idiota da sottopormi ad un simile programma, capace di modificare i comportamenti umani, di controllare le sensazione ed i sentimenti!
Io amo la mia vita e soprattutto amo Anna!
Quell’uomo vuole soltanto confondere una mente già disordinata……ma allora chi sono costoro? Perché l’uomo della macchina mi ha raccontato quella storia? Cosa vogliono da me?
Queste domande continuano a tamburellare nella mia mente, mi sembra di impazzire.
Sono rimasto per ore in piedi in cucina con lo zaino sopra la sedia, senza sapere cosa fare e dove andare, poi all’improvviso la mia mente si svuotò e davanti ai miei occhi si materializzò solo una figura……………lei, Anna
Lei è l’unica sensazione vera che ho dentro di me, è l’unica persona che so appartenere alla mia vita reale, mi convinco che tutto il resto non può far parte della mia esistenza.
Finalmente ho capito……….per ritrovare me stesso e scoprire chi sono veramente devo innanzitutto rintracciare Anna, lei mi ha amato perciò mi aiuterà.
Come fare a ritrovarla? Non mi ricordo dove abita, il suo cognome, dove lavora…… faccio un gran respiro e poi di corsa in cantina, scendo le scale con il cuore in gola e, senza ulteriore indugio apro il baule impolverato.
ECCOLA!………..finalmente un sorriso che riconosco…….gli occhi sono sinceri; rimango immobile a guardare le foto, a leggere le lettere….. la nebbia nella mia mente sembra lentamente dissolversi………….. mi lascio allora coccolare dai ricordi che riaffiorano piano, piano.
Continuo per ore a leggere, il tempo sembra essersi fermato…….scorgo una foto bellissima e nuovamente la mia mente è catapultata a quel momento: Eravamo seduti sulla spiaggia bianca e fina, il suo sguardo volgeva verso l’orizzonte e i suoi capelli lunghi scompigliati dalla brezza marina accarezzavano le mie guance; davanti a noi l’immenso, il cielo si tingeva di una fantasmagoria di colori intensi mentre il sole dolcemente si addormentava nel calmo mare. L’abbracciai forte e le sussurrai “Ti amerò per ogni istante della mia vita”, lei non rispose ma i suoi occhi s’illuminarono di una luce intensa ed un sorriso affiorò lentamente sulle sue carnose labbra.
Rimanemmo così a lungo, uno accanto all’altro, senza dire nulla, contenti solo di stare vicini, ci sentivamo una cosa sola, qualcosa di meraviglioso!
Istintivamente apro gli occhi, sento ancora il suo profumo sul mio corpo, ma intorno a me non c’è il mare ma, è di nuovo buio.
Quelle sensazione così forti non possono essere artefatte!…….. continuo allora a svuotare ed a rovistare nel baule, cos’è quello? Un diario
Ho paura di aprirlo, di scoprire qualcosa di cui non essere fiero…..basta devo riappropriarmi della mia vita:. Inizio così a sfogliarlo con l’eccitamento ed il timore di un bambino, proprio alla prima pagina c’è scritto “Se inseguiamo i nostri sogni con tutto il nostro cuore comprenderemo il vero significato della nostra esistenza” firmato Maurizio.
Queste parole le ho scritte io un anno fa, com’è possibile allora che un uomo così sognatore, così amante della vita, della natura, delle cose semplici, possa diventare uno strumento per un esperimento scientifico? e soprattutto come posso credere di aver ucciso qualcuno, io che riesco a far del male solo a me stesso!
Mentre la mia mente inizia nuovamente a vagare, ho un flash-back……..ricordo che, effettivamente, lavoro, ovvero, ho lavorato al Dipartimento Civile, io e il mio collega/amico Jack (un attimo ma Jack è morto……….l’ho ucciso io?) una sensazione d’angoscia, di paura m’invade tutto il corpo………. Ma la mia mente ed il mio cuore continua a ripetere “ non posso essere stato io “
Ora però inizia ad essere tutto chiaro, rammento che io e Jack eravamo stati mandati a sistemare l’archivio quando, all’improvviso, trovammo quella scatola nascosta che non conteneva i soliti documenti amministrativi ma qualcosa di molto importante e di terribilmente pericoloso…..(Avvocangelo Blondie)
si! ora inizio a ricordare… l’incarico ingrato: riordinare l’archivio … ovvero l’anticamera dell’oblio, come era da sempre visto quella perdita di tempo.
L’archivio: una serie di enormi hangars di un aeroporto militare in disuso, nel quale regnava l’assoluto caos organizzato da qualche mente folle amante dell’entropia.
… ora ricordo… la polvere, la penombra, e la montagna di documenti vecchi e inutili e poi la scoperta… quella scatola uguale all’apparenza alle altre ma con il suo pericoloso segreto.
Ricordi che affiorano dalla mente come l’acqua sgorga dalla terra.
Noi due, nell'hangar appena illuminato, circondati da scatole e casse, inebetiti davanti alla scatola aperta, le pulsazioni che salivano veloci e tanti pensieri che affollavano la mente: cosa fare … a chi comunicare il terribile segreto…a chi fare rapporto? … al capo?…al direttore?... ma poi era un segreto?... poi lo sguardo di intesa, prendemmo tutto e lo portammo via, lontano da lì.
Avevamo bisogno di tempo per studiarlo, capirlo…
Passammo le notti seguenti insonni ad esaminare tutti quegli strani file, senza trovare una logica che spiegasse perché qualcuno aveva messo insieme dossier di eventi tanto strani quanto lontani tra loro come il primo allunaggio del 1969 e il copione di Capricon One e la morte di JFK oppure la l’esplosione del reattore di Chernobyl, e ancora biografie di papa Luciani e del suo successore papa Wojtyla. E poi, che senso si doveva dare alla presenza nella scatola di testi cifrati e di interminabili liste di nomi di gente comune, che non aveva lasciato alcuna traccia nella storia?
I primi giorni furono un inferno, ci aggiravamo negli uffici convinti di essere spiati da tutti, quasi paranoici Jack ed io ci appena rivolgevamo la parola in pubblico.
Poi una sera, mentre il sole accendeva di rosso il cielo dietro la cupola Michelangelo, tornando a casa mi accorsi che un furgone, mi seguiva, anzi non feci in tempo ad accorgermi che ero seguito che mi ritrovai nel retro del furgone immobilizzato e incappucciato.
Mi sentii mancare il respiro, il cappuccio mi toglieva l’aria, i lacci mi segavano le carni.
Il furgone viaggiava veloce nel traffico estivo della città ma per quanto mi sforzassi, nelle misere condizioni, non capivo dove fossimo diretti.
Tentai di divincolarmi, ma sentii un acuto bruciore su collo e poi la notte buia scese velocemente su di me.
Luce accecante, intorno solo bianco abbagliante, delle cinghie mi bloccano su un lettino, non riesco a muovere la testa.
Intravedo sagome che mi osservano, mi fanno qualcosa che non capisco, strani macchinari mi sovrastano.
Nessuno mi rivolge la parola, non una domanda, non un cenno.
La maggior parte del tempo sono però assente, come drogato; tutto è sfocato, distante.
Ho un solo pensiero nella mente “la scatola, non devono trovare la scatola, non devono trovare la scatola, non…”
È una fresca mattina d’estate.
Sono nel mio letto, mi sono svegliato di colpo forse per un incubo, forse i postumi di una notte di studio con Jack, oppure era davvero accaduto. Ma cosa è accaduto?
Ma altri pensieri più sereni si affacciano alla memoria … oggi arriva Anna … poi la follia
Si!! devo assolutamente trovare Anna, lei saprà aiutarmi!
Anna Zakir … dove sei … (Avvocangelo Paola)
SECONDO INTERMEZZO
Lei correva, ansimava e correva.
Doveva fare presto.
Non c’era tempo da perdere.
Lo sapeva che prima o poi …
Ora, però, non c’era più tempo da perdere.
Era fredda quella notte.
Quella notte che sembrava non finire più.
Era la notte più fredda degli ultimi vent’anni. “E la più lunga” pensava Lei.
Lasciò la sua utilitaria di lusso in sosta vietata. Del resto come si poteva fare altrimenti, a Roma, la sosta è sempre vietata …. Troppe macchine, troppa gente, troppa fretta, al diavolo le regole, al diavolo i Vigili … non aveva tempo da perdere, Lei.
Guardava l’orologio ogni trenta secondi, Le sembrava fermo, immobile, sembrava La prendesse in giro … forse era rotto. Le capitava spesso di pensare a quanto curioso fosse il tempo, che fugge quando lo cerchi e ti aspetta quando lo sfuggi.
Troppo tempo, non poteva aspettare tutto quel tempo, secondi che sembravano ore … doveva concentrarsi, doveva riacquisire lucidità … era giunta l’ora di accendere una sigaretta.
“Aiuta a riflettere”, pensava tra sé.
Il ricordo volò subito a terre lontane, spiagge assolate, un’altra vita … purtroppo.
Ogni volta che il fumo scendeva, attraversava la gola per riempire i bronchi, una antica immagine nuova si affacciava, mare, sole, vento, quella notte, tanto tempo fa, a S. Pietroburgo, il suo unico errore, lo sbaglio che Le segnò la vita e che, oggi, La tiene lì, stanca, provata, di fronte a quella porta. E poi quell’immagine di Lui, appena due ore prima, dell’angelo proteso su quel parapetto, quasi pronto a spiccare il volo.
- Vieni pure mia cara – la voce flebile, ma ancora autorevole La destò come un colpo di mannaia dai Suoi pensieri.
Lentamente Lei spense la sigaretta sul bordo del portacenere in acciaio degli anni settanta del secolo scorso. Con passo veloce, ricordo di un passato da modella, spinse quel capolavoro della natura qual’era il suo corpo statuario verso la scrivania in mogano, massiccia ma bellissima, dietro la quale era seduto il loro Maestro.
Il sottofondo musicale richiamava uno sforzo creativo senza pari, il pianoforte di Jarrett sembrava non riuscire a star dietro al suo padrone … Lei immaginava le facce degli spettatori … quella fortunata gente di Kohln, che forse non sapeva che stava assistendo alla creazione di qualcosa di unico ed irripetibile.
Il Maestro amava quel concerto alla follia e Lei, durante le loro riunioni aveva imparato a conoscerlo … ad amarlo e disprezzarlo all’unisono.
Come in quel momento.
- Mi spiace ammetterlo ma aveva ragione – iniziò Lei trattenendo le lacrime – ora ho bisogno di aiuto … da sola non ce la faccio -
Il sorriso bonario del Maestro sembrò illuminare la stanza, poi, come sempre, iniziò a rasserenarla – Ora ci pensiamo noi, lo riporteremo indietro –
- Questa volta sarà diverso, Loro fanno sul serio, c’è di mezzo Anna -
- Anna? – rispose Lui quasi sconcertato.
“A.N.N.A.” scrisse Lei su un foglietto.
Allora il Maestro prese il telefono e compose un numero.
Rimase in attesa. Al sesto squillo rispose una voce maschile, impastata nel suo accento italo-americano – Pronto … chi parla –
- Jack ... Anna ha preso il nostro angelo -
III
Troppe cose erano accadute in questi pochi giorni ....
Non riuscivo più a discernere il sogno dalla realtà.
Era colpa degli Avvocangeli o era colpa mia ... sogno o realtà.
Ero mai stato a S.Pietroburgo? Avevo davvero ucciso Jack?
E poi chi cazzo era il dr.Sergei Rubasciov ... lo conoscevo davvero o era frutto della mia mente malata?
Era forse lì il segreto da svelare?
E poi c'era Anna.
Sempre Lei ... (Avvocangelo Fab)
Sempre Anna, sempre lei, che tornava come un incubo ricorrente nelle mie giornate in bilico tra realtà e finzione. Ero in pieno stato confusionale quando cercavo di ricomporre i tasselli delle mie ultime ore. E all'improvviso mi accorsi che il letto su cui mi trovavo non era quello della mia camera. Mi guardai intorno: mi trovavo nell'infermeria del Dipartimento civile. Eppure, attorno a me non c'era l'ombra di un camice bianco. Ero io, solo, in mezzo alla stanza.
Mi misi a sedere, quando qualcuno bussò alla porta. Mi alzai per andare ad aprire e mi trovai davanti a Jack.
"Che diavolo ci fai qui?" Gli chiesi. "Tu eri morto!"
"Cosa stai dicendo?"
Lo guardai, incapace di rispondere. Che avessi sognato tutto?
"Cosa ci faccio qui?" Gli chiesi allora.
"Non c'è tempo!" Mi disse."Presto dobbiamo andare".
"Dove?"
Lui mi afferrò per un braccio e mi trascinò via senza aggiungere altro.
I corridoi del Dipartimento erano insolitamente deserto. Jack continuava a correre; scesa la prima rampa di scale, mi fermai.
"Insomma, dove mi stai portando?"
Lui mi guardò fisso negli occhi.
"Da Anna"
"Anna? Dov'è? Da cosa stiamo fuggendo?"
"Non c'è tempo"
Non c'è tempo per cosa?"
"Senti. Abbiamo solo poche ore prima di ritrovarla. Altrimenti saremo morti. Ti spiegherò tutto lungo la strada".
Continuai a correre, senza capire, in preda al panico. E all'improvviso, mi accorsi di un oggetto che premeva contro la mia gamba, nella tasca dei jeans. Lo presi in mano: era qualcosa che conoscevo fin troppo bene.... (Artemisia80)



