Si è quel che si è o si è quel che si fa? Il Blog nasce per iniziativa di alcuni Avvocati che hanno voglia, tra l'altro, di parlare della vita e i suoi piaceri ... si fa per dire!!
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[...] Continuai a correre, senza capire, in preda al panico. E all'improvviso, mi accorsi di un oggetto che premeva contro la mia gamba, nella tasca dei jeans. Lo presi in mano: era qualcosa che conoscevo fin troppo bene.... (Artemisia80)
Decisi di non estrarla …. Di aspettare il momento giusto.
Mi lasciavo un asso nella manica …. Ormai non sapevo più di chi fidarmi.
Conoscevo davvero Jack?
Potevo essere sicuro che quello che correva al mio fianco, con quell’aria da ragazzone della provincia americana fosse mio amico.
Mi stava aiutando …. O forse mi avrebbe fottuto ….
Dovevo seguirlo, non avevo scelta.
Ci fermammo vicino una grossa porta metallica (“da usare solo in caso di emergenza” recitava l’avviso posto poco sopra i maniglioni di colore verde) …. “Questo è sicuramente un caso di emergenza, cazzo ….. ma che aspettiamo a scappare di qui” pensai tra me, ma Jack non accennava a fare movimenti verso la porta. Fissava il suo orologio da tasca, cimelio della Prima Guerra Mondiale. Mi chiedevo se funzionasse, quel cipollone ottonato, dopo quasi un secolo.
Appena Jack distolse lo sguardo dal quadrante andò via la luce. Un attimo e mi sentii catapultato nelle scale. Qualcuno mi afferrò da dietro.
- Tutto bene – mi sussurrò – stai tranquillo –
Tranquillo.
Ultimamente non era facile, per me stare tranquillo. Non capivo più chi ero. Non riuscivo più a distinguere il sogno dalla realtà. Qual'era la realtà. Quella di Jack morto sgozzato o quella di Jack che mi stava seduto vicino in questo momento in auto.
Dove mi portava?
Mi dovevo fidare?
Dovevo scappare?
Per andare dove?
Non erano i dubbi a tenermi in quella macchina, quanto la sensazione che il temporale stesse per passare. Stava per dipanarsi la nebbia ... forse.
Jack non disse una parola durante il viaggio. L'autista del van, poi, sembrava uscito da un documentario sulla tortura. Il suo sguardo era da solo in grado di terrorizzare. Difficile da spiegare l'inquietudine che si provava al cospetto di quello che, all'apparenza, poteva sembrare un semplice impiegato delle poste ma che, ad incrociare il suo sguardo, si svelava per qualcosa all'opposto.
Era uno sguardo che sapevo riconoscere molto bene. Era lo sguardo di chi era assuefatto alla sofferenza altrui. Non che vi provasse gusto, ma non ne veniva infastidito.
Nessuno, comunque, parlò sino a quando il piccolo van verde imboccò una rampa di accesso agli uffici di una grossa multinazionale posta in estrema periferia.
Gli uffici dovevano essere chiusi a quell'ora.
Infatti non salimmo.
- Da questa parte – mi disse Jack indicando una porta di servizio posta in un angolo buio dell'ultimo livello sotterraneo del parcheggio.
Non immaginavo che quel palazzone potesse nascondere altri quattro piani sotterranei. Eppure lo avevo visitato più volte, quando andavo a visitare Anna, prima che tutto succedesse. (Avvocangelo Fab)
La porta che si aprì mi rivelò molti misteri ma mi offrì anche soluzioni agli enigmi che avevano torturato la mia mente fino ad allora.
L’ambiente che mi accolse era scarno ed essenziale come molti vani ministeriali sanno essere.
Una grossa scrivania in noce, alcune sedie di infima fattura, armadi, schedari.
Minuscoli granelli di polvere porporina fluttuavano impazziti nei due grossi fasci di luce provenienti da un finestrone di acciaio a due battenti.
Ero solo nella stanza e non riuscivo a capire se in attesa di qualcuno o qualcosa.
D’improvviso, da un altoparlante posto a un angolo della parete alla mia destra, qualcuno cominciò a parlare…
La voce era metallica e quasi del tutto impersonale, ma conservava al mio udito un fascino noto, quasi che a parlare fosse stato un mio conoscente, una persona cara.
Conservo nitida memoria di quello che disse e lo trascrivo oggi quasi come tutto fosse accaduto qualche istante fa.
Vi prego, ascoltate e cercate di capire.
Ancora oggi le soluzioni agli enigmi della mia storia sono tante e non tutte possono essere accettate o scartate. Le verità nella vita non esistono. Ora lo so.
Appena le parole cominciarono a fluttuare nell’aria sedetti su una poltrona e ascoltai…
Ecco ciò che disse.
“ Dietro tutte le cose che crediamo di conoscere bene ve ne sono altrettante che non conosciamo per niente, signor Zafon…” iniziò così a parlare quella voce, mentre io mi guardavo intorno per cercare nuova conferma al fatto che in quella stanza ci fossi solo io.
“ La comprensione non è altro che un insieme di fraintendimenti e la consapevolezza di questo concetto è un piccolo metodo segreto per conoscere il mondo” proseguì la voce misteriosa.
“ In questo mondo, le cose che sappiamo o che crediamo di conoscere o che non conosciamo affatto, sono irrimediabilmente inseparabili come gemelli siamesi e la nostra stessa esistenza è caratterizzata dalla confusione..In questi ultimi tempi lei ha avuto parecchie conferme in questo senso, amico mio……… Chi può distinguere nettamente il mare dal fiume che vi affluisce? Chi distingue la pioggia dalla melanconia che vi è congenita?”
Al principio, rimasi turbato da queste parole, non credendo di rinvenire in esse niente di utile a dipanare la aggrovigliata matassa nella quale mi trovavo avviluppato da tempo.
Ma, a poco a poco, cominciai a scorgere un barlume di senso logico nelle domande e negli interrogativi che mi erano stati appena posti.
Quello che cercavo, in fondo, era solo determinare il nesso che legava tutti gli avvenimenti degli ultimi giorni.
Concentrandomi a fondo sulle parole sarei riuscito a fare un po’ di luce.
La voce proseguì….
“Si rallegri, signor Zafon, abbiamo messo fine alle sue ambasce…abbiamo catturato tutti i grafomani che minacciavano la sua esistenza….
Tutti, o meglio quasi tutti……perché solo uno è sfuggito alla cattura…ma oggi conosciamo il suo nome e sappiamo dove si nasconde…”
Un lieve sorriso increspò le mie labbra mentre la voce proseguiva.
“Vorrà sapere tutto, immagino…..Ma non sia impaziente….voglio solo aiutarla ad uscire da questo incubo…perché aiutando lei aiuteremo anche noi….”
Meno male, pensai…c’è qualcuno che vuole aiutarmi..
Prima di riprendere ad emettere suoni l’altoparlante gracchiò qualche secondo, e la cosa mi mise inaspettatamente di buon umore.
Finchè ricominciò.
“ Gli interrogatori ai quali abbiamo sottoposto i grafomani hanno chiarito le loro intenzioni e delineato in maniera sufficientemente chiara i loro scopi, mio caro amico…”
“ Non creda che dietro vi sia un complotto planetario…..Il senso di questa intricata vicenda è allo stesso tempo molto più semplice e molto più complicato….
E’ il mistero del pensare e dello scrivere che ha mosso la loro rivolta, volevano offrire una risposta al dilemma della vita e della lettura, del riflettere e dell’agire, del sogno e della realtà…è un po’ complicato…ma mi lasci proseguire e capirà…”
In verità, non capivo ancora nulla, ma sentivo che quelle parole erano consolatorie, che le mie pene stavano per terminare, in qualche modo dovevo sforzarmi di comprendere.
“ Per i grafomani l’imperativo è scrivere…per loro è un bisogno insopprimibile….anche perché per pensare qualunque cosa e per poter modificare il mondo devono scrivere, pensare e scrivere, scrivere e pensare…”
“ Però per pensare qualunque cosa hanno bisogno prima di scriverla e allora…hanno usato lei, signor Maurizio…”
“ Come le ho detto prima, le cose che sappiamo o che crediamo di sapere e quelle che non sappiamo o che crediamo di non sapere convivono inestricabilmente legate…Molti se la cavano mettendo un comodo schermo tra di esse, perché è più facile o conveniente…ma loro hanno tolto tutti questi schermi……li detestano perché in fondo sono gente seria, vogliono giungere al fondo delle cose, alla conoscenza della realtà, probabilmente perché la rifiutano e vogliono trasformarla.”
Cominciavo ad avvertire caldo in quella stanza, ma la sensazione esatta non era corporea, era piuttosto impalpabile, sfuggente…forse era solo la testa che cominciava a dolermi…ma quello che ascoltai in seguito mi fece dimenticare il disagio fisico...
Ma non finisce qui ... ci rivediamo giovedì prossimo 2 novembre
[...] Ero ancora a Roma e sembravo finalmente controllare i miei nervi e il mio cervello, ma fino a quando la combriccola di grafomani mi avrebbe lasciato tranquillo? (Avvocangelo Ferla) Sentivo il sangue salire fino alla testa e ribollire caldo. La temperatura mite di quell' ambiente alle volte si faceva gelida alle volte ostinatamente calda. Il mio corpo e i miei pensieri cambiavano a seconda delle volontà che si imponevano prepotentemente nella testa. Volontà dei grafomani. Adesso mi rendevo conto. Cosciente e spaesato. Ricordavo. Capivo. Mi sentivo protetto almeno tanto quanto in pericolo e pericoloso. L'uomo in nero che m'aveva recuperato in macchina mi aveva rinchiuso in un appartamento della sua bellissima villa, era impossibile uscirne. "Dovrò ucciderli" .. questo pensiero mi balenava fitto nella testa. Uccidere qualcuno di mia iniziativa. Come avrei mai potuto fare? Ero sempre stato un uomo onesto. Col mio lavoro onesto. Con una vita modesta, magari noiosa, di routine, ma onesta. Mai niente di illegale. Avevo fumato della marijuana una volta. Non mi era nemmeno piaciuta. Come avrei potuto, ora, uccidere delle persone? Mi scossi nell'istante in cui mi resi conto di aver commesso già molti crimini. Scoppiai in lacrime. Doveva essere tutto iniziato quella maledetta sera. Un attimo dopo sentivo l'impulso terribile di fare male. Dentro la mia testa semi-cosciente adesso albergavano due anime. L'una irata con impulsi assassini, e l'altra che ferocemente cercava di combattere la violenza che veniva somministrata come eroina nelle mie vene. Iniziai a strapparmi le vesti. A scalciare contro i muri. A procurarmi dolore fisico. Qualcosa non stava andando come doveva andare. Da tutt'altra parte del paese, la squadra delle complicate menti di grafomani si interrogavano su dove fosse finito il loro protagonista. Non rispondeva ai comandi. C'erano donne che aspettavano, storie d'amore che non iniziavano, assassinii mai compiuti. E io, combattuto tra rabbia, coscienza, passione e violenza invece, dilaniavo anima e corpo tra quelle quattro mura. Ci restai ben dieci giorni. Ma all'undicesima alba… (HaUsHiNkA) All'undicesima alba mi alzai di scatto da quello che era stato il mio letto nei giorni passati e mi accesi una sigaretta. Ero pronto. All’improvviso, le sensazioni che mi avevano accompagnato fino a pochi secondi prima di aprire gli occhi, mi avevano abbandonato… svanite come la nuvola di fumo che prendeva la strada del soffitto per dissolversi lentamente. Ero cosciente. Sapevo. Avevo SEMPRE saputo. Sapevo che dovevo abbandonare quella casa e sapevo che dovevo farlo il prima possibile. Sapevo che in cucina avrei trovato tutto quello di cui avevo bisogno, ordinatamente disposto sul tavolo. Sapevo che ci sarebbe stata una macchina blu scura, che di notte sembra nera, pronta per il viaggio… con il pieno di gasolio, con la radio sintonizzata sulla mia stazione preferita e il porta cd pieno di quella musica che adoro ascoltare in viaggio… Sapevo di trovare nel bagagliaio il mio trolley verde militare, di marca scadente, con tutto ciò di cui avrei avuto bisogno per stare via il tempo necessario. Sapevo …. Eppure non avevo il coraggio di scendere quelle scale che mi dividevano dalle mie certezze… la paura di trovarmi davanti, ancora una volta, ad una realtà che non mi appartiene mi faceva venire i brividi dietro la schiena…. Mi accesi un’altra sigaretta. “La nicotina aiuta a riflettere. Aumenta l’attenzione.”, lo diceva sempre Anna per giustificare il suo pacchetto e mezzo di bionde al giorno…. Poi, con uno scatto, come se volessi sorprendere anche me stesso con azioni improvvise e assolutamente inaspettate, saltai giù dal letto per precipitarmi in fondo a quelle maledette scale… 248 passi contati, uno per uno e percorsi in rapidità senza guardare mai indietro. E finalmente la cucina. Con il suo tavolo apparecchiato e con lo zaino appoggiato sulla sedia, quello stesso zaino che sapevo di trovare proprio là… e la porta di servizio, da cui si arrivava al garage, dove ad asppettarmi c'era la macchina blu scura, che di notte sembra nera, con i cd nel porta cd rosso e il trolley verde militare di marca scadente pieno di tutto ciò che avevo bisogno… Sospiro di sollievo… (HoocH)
... Arrivederci a lunedì prossimo 23 ottobre
[...] In effetti, le parole che l’uomo mi rivolse per qualche minuto avrebbero potuto essere un sogno..
Ma questo lo pensai solo per poco tempo, perché ciò che mi accadde in seguito mi dimostrò che la storia che l’uomo mi raccontò era del tutto reale.
“ Il suo nome è Maurizio Zafon..” l’uomo incominciò lentamente a parlare.
“ La sua professione non era particolarmente interessante, ma sappia che ha lavorato a lungo per il Servizio Civile di Difesa. No..non mi fraintenda…non era un agente segreto…lei si occupava di amministrazione..roba semplice e sicura, niente di pericoloso. Sa…il nostro è comunque un lavoro di routine, non passiamo tutto il nostro tempo a progettare attentati o a organizzare colpi di stato..” continuò l’uomo senza cambiare registro vocale
“ Per qualche tempo l’organizzazione alla quale appartengo ha avuto stretti contatti con il Dipartimento Medico di Progresso Scientifico, cervelloni che si occupano di neuroni, sinapsi e cose attinenti alla modificabilità dei comportamenti umani…Nell’ambito di una ricerca commissionata dal governo, hanno messo a punto un programma neuro-psichiatrico in grado di modificare i comportamenti umani, in maniera tale da poter condizionare le azioni di un uomo per effetto di un semplice farmaco chiamato Ribenol.”
Non sapevo affatto di cosa stava parlando, ma in qualche modo le cose che raccontava avevano su di me l’effetto di tranquillizzarmi, quasi come se le conoscessi da sempre….
Continuai dunque ad ascoltarlo.
“ Non vorrei tediarla con particolari scientifici di scarsa comprensibilità per lei, in questo momento..” fece l’uomo agitando la mano sinistra in un gesto minimizzante, “ ma l’aspetto affascinante di questa vicenda che la riguarda risiede nel fatto che l’alterazione del comportamento umano non è ottenuta solo per azione farmacologica, ma anche e soprattutto per effetto della volontà di altri soggetti, ai quali è stato demandato il potere di indirizzo e scelta della vita e dei comportamenti di una persona.”
Un sudore freddo mi colava dietro la schiena, ma l’attenzione era desta e vigile su quello che l’uomo raccontava apparentemente senza enfasi.
“Per quel che deve interessarla, sappia che esistono delle persone che, in questo momento e da qualche tempo, decidono per lei…sono loro che le fanno compiere le azioni che vogliono, nel luogo che decidono e secondo tempi e modalità che appartengono al loro insindacabile potere..”
Non capivo…non potevo ancora capire..ma non lo interruppi…
“ Più precisamente, il potere di quelle persone alle quali accennavo non è sempre stato insindacabile, perché in origine è stato sotto il controllo del governo e dell’organizzazione alla quale appartengo”.
“ L’Amministrazione- continuò con tono pacato- in una prima fase scelse alcuni individui caratterizzati solo da uno smodato desiderio di fantasia, successivamente individuò una decina di cittadini affetti da una sorta di deviazione grafomane su base letteraria, ed offerse loro l’opportunità di creare delle storie basandosi non su personaggi ideali, ma influendo sulle scelte e le vite di una persona reale.”
“In un primo momento, tutto sembrò andare bene, e la combinazione del farmaco e della fantasia dei narratori di esistenze che avevamo individuato parve funzionare….
Fino a quando toccò a lei, Maurizio, sottoporsi volontariamente a questa specie di Truman Show…
Si, lo so, non ricorda affatto di essersi reso disponibile a questo esperimento, ma non importa….Quello che interessa è che da quel momento le cose hanno preso una brutta piega..”
L’auto continuava a sfrecciare in aperta campagna, ma il paesaggio che mi circondava non mi interessava più.
Le cose che l’uomo mi raccontava erano terribili e più andava avanti nella narrazione meglio percepivo l’incubo nel quale ero disceso.
“ La prego, vada avanti…non so come ma la nebbia sembra diradarsi..” lo implorai nel tentativo di rassicurarlo sulle mie intenzioni collaborative.
“Ben presto..- continuò l’uomo- il gruppo di scrittori dilettanti ai quali ci eravamo affidati nel nostro esperimento decise di cambiare rotta, di comportarsi autonomamente secondo il loro insindacabile parere…e dunque si ribellarono all’organizzazione..".
" Si staccarono dal controllo governativo e cominciarono ad agire di loro iniziativa, assumendo il controllo dell’esperimento per via informatica..” disse l'uomo grattandosi pensoso la base della gola.
“In sintesi, -continuò con una luce di sfida negli occhi- questi individui agiscono secondo fini che non sono del tutto chiari…le fanno compiere azioni disorganiche tra di loro, cambiano il suo modo di pensare, la trasportano qua e là per il mondo, la fanno innamorare, la fanno sognare, le fanno compiere brutali omicidi, hanno indotto in lei l’uso di stupefacenti e chissà cosa altro hanno in mente di fare…”
Lo sguardo dell’uomo era in questo momento duro e tagliente, ciò che continuava a dirmi sembrava sconvolgere anche lui.
Mi parve di scorgere un’ombra di disprezzo nei suoi occhi per quei fanatici che avevano osato l’incredibile…
“ Sono dei pazzi disturbati – riprese l’uomo in tono agitato-….agiscono tra di loro in maniera coordinata, si danno il cambio periodicamente per indurla alle azioni più diverse…Pensi che per meglio agire hanno assunto nomi di fantasia e credono di riuscire nel tentativo di dimostrare che tutte le vite sono in qualche modo eterodirette, che l’uomo non è più capace di determinarsi autonomamente…In effetti sono dei sognatori, a loro modo utopisti, ma abbiamo ragione di credere che le loro azioni siano ormai alla fine, secondo i nostri calcoli hanno a disposizione solo qualche altro giorno….Finchè possono,tenteranno di farle compiere le cose più brutali…ne siamo sicuri..
Il loro capo si fa chiamare Fab, ma ci sono altri pericolosi elementi tra di loro, tra i quali una certa Artemisia,un tal Ferla e una non meglio identificata Silviam “
Non riuscivo a crederci…
Ero in grosso guaio e non sapevo come uscirne, questo era sicuro…
“Mi faccia capire..cosa devo fare ora? Come potrò risolvere la mia situazione e riappropriarmi della mia esistenza?” implorai alla stregua di un animale morente che chiede con lo sguardo al cacciatore un colpo di grazia…
“ Visto che si sono appropriati del Ribenol e che la loro fantasia malata è ancora attiva, non resta che una sola strada…” insinuò deciso l'uomo
“Quale, perdio?” finalmente mi scossi dal torpore e gridai con tutta la mia forza..
“E’ semplice, Maurizio….dovrà ucciderli tutti o loro finiranno per ucciderla…non c’è altra via..”
Quando finì di pronunciare questa frase l’auto stava imboccando un grande cancello in ferro battuto alle spalle del quale si intravedeva una villa immersa nel verde.
Ero ancora a Roma e sembravo finalmente controllare i miei nervi e il mio cervello, ma fino a quando la combriccola di grafomani mi avrebbe lasciato tranquillo? (Avvocangelo Ferla)
Ma non finisce qui ... ci vediamo giovedì 19